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1945, Ferenc Török

di Ferenc Török, Ungheria 2017, 91′, con Péter Rudolf, Eszter Nagy-Kalozy, Bence Tasnádi, Tamás Szabó Kimmel, Dóra Sztarenki

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In un afoso giorno di agosto del 1945, mentre gli abitanti di un villaggio ungherese si preparano per il matrimonio del figlio del vicario, un treno lascia alla stazione due ebrei ortodossi, uno giovane e l'altro più anziano. Sotto lo sguardo vigile delle truppe di occupazione sovietiche i due scaricano dal convoglio due casse misteriose e si avviano lentamente verso il paese. Il precario equilibrio che la guerra appena terminata ha lasciato sembra ora minacciato dall'arrivo dei due ebrei.

Venerdì 12 aprile 2019 ore 20:30
€6,00 intero / €4,00 ridotto (over 65, under 26)
Giovedì 25 aprile 2019 ore 18:30
€6,00 intero / €4,00 ridotto (over 65, under 26)

Recensioni

quinlan.it.

In realtà Ferenc Török sembra voler ampliare la portata del suo film fin dalla scelta fortemente iconica del titolo, quel 1945 che segna uno spartiacque storico non soltanto tra guerra e dopoguerra, ma tra un prima e un dopo politico e sociale. Török muove da intenti di riflessione storica a carattere decisamente locale, cogliendo in un villaggio della campagna ungherese una sorta di sineddoche allegorica per il destino del proprio paese. In Ungheria il 1945 apre una breve stagione di transizione, che muovendo dall’imminente fine della monarchia filonazista darà la luce a una fugace, debole e contrastata esperienza democratica per approdare poi pochi anni dopo al conclamato regime comunista. Il 1945, insomma, è una sorta di ribollente luogo franco, dove necessariamente si fanno i conti col recentissimo passato a fianco della Germania, con tutte le relative infamie, dove si vive una stordente condizione di perdita delle coordinate consolidate con la speranza di poter conservare l’esistente tramite una falsa democrazia (le elezioni sono alle porte, e gli ex-fiancheggiatori del nazismo vedono i comunisti come fumo negli occhi), e al contempo negli occupanti sovietici già s’intravedono prodromi del futuro destino.
L’elaborazione della Shoah si tramuta così in epifenomeno di una più generale resa dei conti, sottolineata nella sua contraddittoria inquietudine dal convivere di entusiasmi libertari e retaggi di un’avida borghesia che, come si conviene in ambiente-cinema riguardo al nazismo, è morbosa e decadente, estenuata da psiche torturate e rapporti malsani (come d’uso, il figlio è un debole bamboccio e il padre ha brigato per evitargli la guerra; la madre è arpia e possessiva, arcignamente gelosa della futura nuora, la depressione della donna si fa a fette…). Tuttavia, tale scorcio inquadrato nel destino nazionale ungherese si converte a sua volta in sineddoche di tutta Europa. Quel 1945 è infatti spartiacque per un’intera realtà sovranazionale che a guerra più o meno finita si trova di fronte a un bilancio schiacciante. Le coscienze messe spalle al muro nel villaggio riverberano di un’unica e gigantesca coscienza, che probabilmente non lascia nessuno incolpevole, paesi filonazisti e non. I primi, per aver elevato lo sterminio a sistema industriale tramite un’ulteriore “industrializzazione” della collaborazione: i secondi, per essere intervenuti tardivamente e non aver saputo/potuto impedire il genocidio. In senso ancora più ampio, quel 1945 è luogo franco per tutti, la Storia è in via di farsi e di lì a poco la frattura ungherese tra passato e futuro prenderà forma su scala mondiale con la nascita dei due contrapposti blocchi filoamericani e filosovietici.

In tal senso il film di Török si pone compiti alti all’interno di un essenziale e “minimale” progetto filmico. L’universale nel particolare, l’allegoria e la realtà locale. Breve la durata, minimale l’idea narrativa (i due sconosciuti e le relative inquietudini degli altri), secco e stringente l’approccio narrativo, una catena immediata di azioni e reazioni necessaria nella sua tragicità. E sul finale, anzi, tale spietato meccanismo di azione/reazione e autodifesa s’increspa di un’ulteriore, intelligente notazione politico-antropologica. Una volta che l’antico persecutore si trova a sua volta perseguitato, la comunità si richiude su se stessa, in un silenzioso moto collettivo che tende a individualizzare le responsabilità lavandosi delle proprie. Un procedimento a suo modo sacrale (l’antico rito, vecchio come l’uomo, del capro espiatorio), che non a caso in 1945 ha luogo all’interno di una chiesa. Nell’esclusione e sacrificio del singolo avviene l’atto fondante di una nuova/vecchia società. Chi una volta escluse, adesso è escluso, e su questa nuova nascita il mondo può ripartire. La comunità è già pronta a un nuovo conformismo al quale allinearsi, basta che esso si manifesti.

Mosso da un profondo pessimismo nei confronti dell’essere umano, nel finale appena smussato con atto quasi forzato e volontaristico dalla fiducia nelle future generazioni (che tuttavia, per riscattarsi, devono andare altrove), Ferenc Török espande la portata del suo film collocandolo in un territorio tra l’intervento politico e la gelida e universale riflessione antropologica. Certo vi è anche la chiara intenzione di fare memoria storica sulla Shoah, e forse in questo il film tradisce un unico eccesso accademico nella scelta di rovesciare prevedibilmente le attese della meschinità degli abitanti chiudendo il vagabondaggio dei due sconosciuti nel semplice intento di dare degna sepoltura a oggetti delle famiglie sterminate nei campi di concentramento. Quelle casse, splendido McGuffin per tutta la durata del film, si aprono in prefinale secondo i modi più prevedibili, e tuttavia l’apparire di quegli oggetti, enfatizzati dall’estrema plasticità simbolica del bianco e nero scelto da Török, conserva la stessa potenza drammatica dei cimeli accatastati ad Auschwitz dietro le vetrate.
Resta comunque più decisivo e convincente l’intento di ampliare il discorso ai destini di un’intera cultura, colta nel suo momento di massima sospensione nell’anno-zero tra passato e presente.
Destini tragici per un paese come l’Ungheria che raramente nella sua storia ha potuto vivere vere stagioni di democrazia, dalla monarchia filonazista alle ingerenze sovietiche, fino agli ultimi tetri sviluppi sotto il governo di Viktor Orbán. Destini tragici per un’Europa che incessantemente rinnova steccati tra inclusi ed esclusi, in nome di una stabilità che spesso è solo sinonimo di egoismo e paura. Sorretto da una messinscena solida ed essenziale, appena compiaciuta nei preziosismi del bianco e nero e secondo linee drammaturgiche ben consolidate tra tòpoi letterari e convenzioni, 1945 mostra anche una spiccata capacità di lavorare su un racconto d’impianto corale, dove alla solitudine dei due ebrei si contrappone una massa inquieta e spaventata, per lo più da se stessa. Si nascondono le posate preziose, ci si dà all’alcool per annegare il senso di colpa, qualcuno si suicida. Molti altri sopravvivono, pronti a nuovi conformismi, o sostenuti dall’alba di uno splendente futuro. Giusto un’illusione, che dura quanto un’alba.

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