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L'uomo che rubò Banksy, Marco Proserpio

di Marco Proserpio, Italia 2018, 88′, con Iggy Pop, Carlo McCormick, Walid Zawahrah, Mikael Cawanati, Stephen Keszler.

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Presentazione commento con Marco Proserpio, regista, e Federico Dragogna (Ministri) autore della colonna sonora.

 

Nel 2007 lo street artist universalmente noto come Banksy mette la sua firma anche sui muri di edifici privati e pubblici in Palestina. Un gesto clamoroso che porta l'attenzione del mondo sul conflitto israelo-palestinese, "risolto" con l'edificazione, completata nel 2003, del costosissimo muro o "barriera di separazione" tra i territori. In particolare, un suo murale, Donkey's Documents, ritrae un soldato israeliano che controlla i documenti a un asino. L'opera non raccoglie l'entusiasmo di tutti i locali: mentre un negoziante si sostiene vendendo con soddisfazione i souvenir ispirati alle sue opere, meta di pellegrinaggio da tutto il mondo, e l'ex sindaco di Betlemme, Vera Baboun, lo esalta come un eroe contemporaneo, altri si sentono oltraggiati perché si sentono assimilati alle caratteristiche deteriori di quell'animale.

Altri ancora ne riconoscono il valore fondamentale nella loro economia, mentre gli autori del film si chiedono se l'opera non sia in realtà una citazione pittorica colta e un incitamento alla diserzione e all'abbandono di quel rituale meccanico e violento di continua certificazione di identità.

Di certo il tassista e bodybuilder Walid, molto scettico sull'impatto reale dell'artista, non apprezza quel tipo di espressione e preferirebbe che la superstar donasse fondi ai campi profughi. Su indicazione del ricco imprenditore Mikael Kawanati, Walid si occupa della rimozione dell'opera, al fine di rivenderla per scopi più pratici alla causa dei locali (mettendolo all'asta su eBay al prezzo di 100 mila dollari). Ma non trattandosi di una tela o di una scultura, l'operazione consiste in una complicata estrazione chirurgica dal cemento di un blocco che pesa quattro tonnellate. Non esattamente un oggetto facile da imballare, trasportare e spedire ai mercanti d'arte di tutto il mondo, che invece se la contenderanno, nonostante sia completamente estrapolata dal contesto che ne determina in maniera molto precisa il valore, artistico e monetario.

Premi

PRESENTATO AL 36. TORINO FILM FESTIVAL (2018), NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE'.

Giovedì 7 febbraio 2019 ore 21:00
€6,00 Intero / €4,00 Ridotto over 65 e under 26

Recensioni

Mymovies.it. Una riflessione su diritto d'autore e sensi della street art, inseguendo una controversa opera del writer in Palestina. L'uomo che rubò Banksy, leggera nei mezzi di produzione ma profonda nella ricerca di senso, nelle parole del regista Marco Proserpio (formatosi a MTV e nella regia pubblicitaria), usa il celeberrimo artista come "esca", per parlare non solo delle suoi meriti nell'arte dello stencil ma anche dei palestinesi "non come vittime" ma come individui che reagiscono a una provocazione. Innescando così il film stesso. Il quale è stato girato nell'arco di sei anni, inseguendo quell'opera, che da Betlemme - unica meta turistica in Palestina, dove non a caso Banksy nel 2017 ha aperto clamorosamente anche il Walled Off, albergo che accoglie i suoi lavori - raggiunge un collezionista di Copenhagen, ma anche Londra e Los Angeles.

 

Cinematografo.it La storia di un mercato nero illegale di arte rubata dalle strade di tutto il mondo, culture che si scontrano di fronte a una situazione politica insostenibile e infine alla mutevole percezione della street art. Non è una storia, ma molte. Come l'arte di Banksy sarebbe priva di significato senza il suo contesto, così l'assenza di essa sarebbe priva di significato senza una comprensione degli elementi che hanno portato le sue opere d'arte da Betlemme a una casa d'aste occidentale, insieme al muro su cui è stato dipinto.

 

masedomani.com. Senza troppe manipolazioni retoriche, Proserpio riesce a dar vita a un prodotto ricchissimo, forse fin troppo centrifugo. Il risultato è un documentario che cavalca l’onda del muro di Banksy per parlare in realtà anche di un alto tipo di muro. Un muro alto 8 metri e lungo 730 chilometri. Quello che separa Israele dalla Palestina. Già protagonista di quel bellissimo docu-animato titolato Wall da Cam Christiansen, il «muro della vergogna» è oggi una gran tela bianca per tutti gli street artist del Medio Oriente. In 90 minuti viene data voce anche a tutti quegli albergatori o artigiani capaci crearsi un business in virtù di questi graffiti. Primo fra tutti lo stesso Banksy, responsabile dell’ apertura del provocatorio Walled Off Hotel, “hotel con vista muro” a Betlemme.
L’uomo che rubò Banksy riesce a offrirsi come un’ampia panoramica sui retroscena più tristi, ambigui e contraddittori del mondo della Street Art contemporanea. E come un’appassionata indagine sui modi di sfruttare, sì, ma anche di eternare un’arte altrimenti effimera e destinata all’autodistruzione. Soprattutto lancia una luce benevola e solidale verso tutti quegli artisti costretti a vivere nell’ombra ma capaci di parlare al mondo intero. E questo vale tanto per Banksy quanto per tutti quegli street artist che, come Blu in Italia, cercano una propria via alla contestazione dei valori capitalisti e social-mediatici.

Futuro random

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