L'Immagine
 
Mancante
 

L'Immagine Mancante, Rithy Panh

L'Immagine Mancante

di Rithy Panh, Cambogia, 2013, 90
con Randal Douc

L'Immagine Mancante, Rithy Panh

Trama

Aveva solo nove anni Rithy Panh, documentarista cambogiano, quando i Khmer Rossi entrarono a Phnom Penh, 'riformando' la sua vita e trasformando in incubo il suo sogno di bambino. Figlio di un insegnante e di una madre amorevole, Rithy Panh era parte di una famiglia numerosa e di una città piena di vita, profumi, canzoni, cinema e colori, almeno fino al 17 aprile del 1975, quando le truppe rosse di Pol Pot marciarono sulla capitale spegnendone memoria e ispirazione, deportandone gli abitanti e imponendo il socialismo reale, un impasto di utopia, violenza e ottusità burocratica. Un'ideale di liberazione degli uomini si era rovesciata nel suo contrario, impedendo la fuga in una dimensione altra e personale.
Costrizione e oppressione avevano soffocato la libera narrazione che ciascuno può produrre rispetto a un mondo che non gli piace, mutuando il pensiero in slogan. Come un'onda, visualizzata nel documentario e rifrangente sugli occhi dello spettatore, torna nella vita del regista quell'infanzia esiliata e negata nella Cambogia rurale, dove Rithy Panh perde per fame, malattia e dignità (il padre si lascerà morire) la sua famiglia. Sopravvissuto alla natura, ai suoi aguzzini, ai genitori, ai fratelli, alle sorelle, ai cugini e a tutto il dolore sopportabile, ha bisogno di raccontare la sua storia e il cinema diventa mezzo e strumento analitico per accedere all'immagine mancante, quella del titolo, quella di un popolo confinato in un mondo incolore, privato del nome, spogliato del pensiero e fornito di cucchiaio, falce e martello. Sotto una bandiera che riproduceva edifici industriali e ordinati campi di riso, Rithy Panh trascorre quattro anni della sua vita, sopportando con il suo popolo ogni genere di sopruso. Di quella sopraffazione ci dice L'image manquante, plasmando letteralmente dalla terra rossa le 'figure' di un passato ancora prossimo che annullò il (suo) mondo reale. Ricomposta la memoria in statuine lavorate e dipinte a mano, Rithy Panh le organizza in quadri, vere e proprie stazioni che raffigurano la 'passione' e il martirio di un popolo. Dentro un film, che combina acqua, terra, sangue e ricordi, l'autore 'mette in forma' il genocidio cambogiano e produce l'immagine negata che ha inghiottito un terzo della sua gente tra il 1975 e il 1979.
Da quel "mondo surreale", che presentava "l'inefficienza, la povertà e la violenza come bene supremo", emerge il ricordo di un popolo a cui l'autore restituisce ordine e pace. Collocato il dramma privato e collettivo in un luogo che doppia quello del trauma, Rithy Panh può finalmente raccontarlo, immaginarlo e attribuirgli un senso, attraverso un approccio narrativo 'figurativo' e alternativo.
 

Regia

Rithy Panh

Cast

Randal Douc

Durata

90′

Paese di produzione

Cambogia

Anno di produzione

2013

Premi

vincitore di Un certain regard al Festival di Cannes e presentato al TFF 2013 nella sezione TFFdoc.

Calendario
 

venerdì 26 gennaio 2018
h: 20:45
Presentazione e commento con critico cinematografico
6,00 € / Intero
5,00 € / Con tessera SBV
4,00 € / Over 65
3,00 € / under 26

Recensioni
 

Ondacinema.it. Questo suo ultimo documentario è dettato dalla necessità di ricostruire il suo passato, di rappresentare il ricordo.
Ma come documentare un genocidio che non ha lasciato immagini, se non quelle di propaganda? Come utilizzare i filmati ufficiali dei Khmer Rossi? Come raccontare quello che è successo nella rivoluzione cambogiana, i massacri, i campi di lavoro, la tragedia familiare?
Rithy Panh sceglie, con notevole coraggio, di ricostruire le vicende attraverso dei piccoli diorami popolati di statuette costruite artigianalmente. Un gesto delicato, viene da pensare, perché ricostruire attraverso la fiction quegli eventi poteva essere quasi una violenza. E così il film viene costruito, con un ottimo montaggio, alternando le immagini di repertorio che costituiscono la versione ufficiale della dittatura, con quelle dei modellini artefatti. Una scelta che risulta straniante nei primi passaggi ma che, man mano che il film avanza, acquista forza e validità.

 

cineforum.it. Sprazzi della vita "a colori" di un tempo riemergono solo dalle pellicole semidistrutte con cui si apre il film e che, come nei découpage realizzati dalle mani di bambini, riportano in vita per brevi istanti sospesi la danza di un'aggraziata fanciulla in abiti tradizionali. L'orrore prende invece letteralmente forma in scene ricostruite in cartapesta nella dura foresta che i Khmer Rossi fanno domare ai cambogiani divisi in squadroni, nelle camerate in cui si soffre e ci si spegne su spoglie travi di legno, nei pasti ridotti a razioni sempre più misere di riso da centellinare con il proprio cucchiaio, unico bene di proprietà concesso. Eppure, più "si muore" in queste sequenze statiche, solo percorse dalla macchina da presa, più si sente potente il dolore della vita, perché è sul piano sonoro che viene ricreata l'esistenza che langue: i suoni della foresta, le urla dei volatili, i colpi di piccone, la tensione, pure, del silenzio. Il film sembra quindi costruirsi tutto intorno al proprio paradosso: creare la vita là dove si sta morendo, e crearla non attraverso la presenza di attori, bensì con pupazzetti inanimati, che sono in realtà il correlativo di vite ridotte a nulla; creare in definitiva un'immagine che non c'è, in linea con quello che è sempre stato l'intento di Panh, riflettere, nella "sua" storia, sull'uso dell'immagine.

 

Quinlan.it. Panh articola il montaggio su due aspetti tra loro apparentemente in contraddizione: da un lato il classico materiale di archivio, già ampiamente utilizzato anche dallo stesso cineasta nel corso degli anni, e dall’altro riprese fisse di personaggi in plastilina che danno corpo alla voce narrante di Panh, che sovrasta l’intero documentario. Pupazzi in plastilina a cui non viene concesso neanche il beneficio del falso movimento creato attraverso la tecnica a passo uno: quadri raggelanti, che cozzano con visi buffi, torsi umani dalle fattezze inevitabilmente prossime al cartoon, persino sorridenti a tratti. L’immagine mancante è l’impossibilità di ricostruire veramente un abominio per il quale non si troverà mai una pace reale. Il tempo scorre, ma le donne e gli uomini che vissero i quattro anni di terrore di Pol Pot rimarranno per sempre immobili, creature senza più corpo, da difendere con la forza della memoria. Panh prende l’immagine mancante e la rimpiazza in continuazione, la ricrea, la rigenera cosciente di martoriarla ogni volta.
Un atto rivoluzionario da parte di un regista fondamentale non solo per il cinema cambogiano e non solo per la realtà documentaria internazionale. Dovrebbe essere proiettato nelle scuole, ma con ogni probabilità in Italia, una volta concluso il Festival di Torino, non sarà visto quasi da nessuno. Perché da noi, da un paio di decenni a questa parte, l’immagine mancante è diventata la Storia stessa.

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