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Manifesto, Julian Rosefeldt

di Julian Rosefeldt, Australia, Germania 2015, 93′, con Cate Blanchett, Erika Bauer, Carl Dietrich, Marie Borkowski Foedrowitz

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Il Manifesto del Partito Comunista raccontato da un homeless, i motti dadaisti recitati da una vedova a un funerale, il Dogma 95 descritto da una maestra ai suoi alunni, e così via. 13 personaggi diversi: ogni personaggio uno scenario, ogni scenario un movimento artistico celebrato attraverso intensi monologhi. È la sfida a cui si sottopone il premio Oscar® Cate Blanchett in questo spettacolare omaggio alla tradizione dei manifesti letterari che ha conquistato il Sundance. L’artista e regista Julian Rosefeldt riprende e ricontestualizza le parole immortali di artisti e pensatori e attraverso quelle parole rilegge il mondo contemporaneo. Raccontandoci così ciò che è cambiato e ciò che non cambierà mai.

 

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Recensioni

Ilmanifesto.it - La prima impressione di fronte all’immaginario di Rosefeldt è, innanzitutto, la ricchezza di dettagli, citazioni e riferimenti iconografici, l’accuratezza con cui costruisce immagini e sequenze, l’eleganza della messa in scena. Le sue opere hanno chiaramente un’impostazione cinematografica, ma finiscono col diventare una complessa riflessione sullo stesso processo del fare cinema, sul set come luogo concreto e metaforico (“luogo comune” ma anche non-luogo) intriso di stereotipi, grazie al quale far convergere narrazioni e situazioni diverse tra loro, attraverso un meccanismo di continue decontestualizzazioni, sovrapposizioni, contaminazioni di generi e spazi, come ad esempio in The Opening, dove la galleria in cui si svolge un vernissage si trasforma in una giostra rotante e, in un’altra versione della medesima installazione, in dispositivo pre-cinematografico.

estratto dall'intervista al regista:

Manifesto ha rappresentato per te l’ingresso nel mondo cinematografico “ufficiale”, come hai vissuto il passaggio a questo nuovo contesto?

Da oltre dieci anni mi chiedevano di fare un lungometraggio, probabilmente perché tutti i miei lavori hanno un’impostazione molto cinematografica, ma mi sono sempre trovato più a mio agio nel contesto artistico. In oltre cento anni di esistenza, il cinema ha inventato solo tre formati: lungometraggio, cortometraggio e documentario. Invece nel mondo dell’arte posso sperimentare attraverso forme e formati molto diversi. Inoltre – anche grazie alla Blanchett – ho potuto introdurre un elemento guerrigliero, un fattore di sabotaggio nel mondo “commerciale” del cinema, attirando un pubblico che non sarebbe mai andato a vedere un’opera del genere in un museo.

E’ nata comunque prima la versione installativa del lungometraggio.

Si, l’installazione su 13 canali l’ho esposta la prima volta all’Australian Center for the Moving Image di Melbourne, anche perché Cate Blanchett è australiana. All’inizio ho cercato i soldi per l’installazione e sono andato anche da un network televisivo in Germania: le due donne responsabili della produzione hanno subito amato l’idea, ma mi hanno chiesto di inventarmi un lungometraggio per giustificare il loro supporto all’installazione. Alla fine si sono aggiunti i soldi di un Film Board, di un festival di arte e anche di alcuni collezionisti: è stato l’unico caso in cui ho tirato dieci edizioni, di cui quattro speciali, che ho venduto a scatola chiusa, ancor prima di realizzare il film.

Come mai lo hai presentato al Sundance?

Lo voleva anche la Berlinale, ma ho optato per il Sundance a condizione che non venisse presentato nella sezione sperimentale, ma nella selezione ufficiale. Il film è stato poi distribuito in tutto il mondo grazie alla Match Factory.

Come è stato accolto il film in generale?

La cosa singolare è che ormai, ad ogni proiezione, viene letto in chiave anti-populista. Sono contento del significato politico che gli spettatori gli hanno attribuito, perché fin dall’inizio mi interessava capire se questi testi – scritti nell’arco fi un secolo – fossero ancora attuali ai giorni nostri.

Non mi sembra comunque che tra il film e l’installazione ci siano differenze sostanziali.

Per me c’è una grande differenza, anche se – in concreto – cambia solo qualche fotogramma. Quando ho dovuto assemblare la versione cinematografica, mi sono accorto che il montaggio consecutivo dei vari episodi sarebbe risultato noioso per lo spettatore, poiché non c’è narrazione e non ci sono neppure dodici micro-narrazioni, ma piuttosto dodici situazioni. Ho capito che per compensare l’assenza di una trama bisognava inventarsi una narrazione visuale con gli effetti che ci offre il cinema. Perciò tutti gli episodi sono cuciti insieme come una sorta di trip ipnotico visuale, che facilita la comprensione di testi complicati. Forse la versione monocanale permetta di concentrarsi maggiormente sul contenuto dei manifesti.

Come va vista secondo te la versione pluricanale di Manifesto?

In Manifesto si può avere due atteggiamenti diversi, concentrandosi di volta in volta sul singolo schermo e nel singolo testo, oppure vedendoli e ascoltandoli nel loro insieme, immergendosi in una dimensione cacofonica. Poi c’è un momento in cui i tredici personaggi rompono “la quarta parete” e si rivolgono allo spettatore con un’unica voce, la voce dell’arte che parla alla società.

 

FilmTv.it - Approfondimento
MANIFESTO: TREDICI PERSONAGGI NATI DALL'ARTE

Diretto e sceneggiato dall'artista visivo Julian Rosefeldt, Manifesto presenta l'attrice Cate Blanchett impegnata in 13 differenti storie, ognuna ispirata ai manifesti senza tempo dei movimenti artistici del XX secolo. Da una telegiornalista a un senzatetto, dalla Pop Art al Dogma 95, una camaleontica Blanchett si sottopone a un vero e proprio tour de force trasformandosi in 13 distinti personaggi che si basano sugli scritti di futuristi, dadaisti, artisti del network Fluxus, suprematisti, situazionisti e altri gruppi di artisti, così come sui pensieri di singoli artisti, architetti, ballerini e registi. Lo stesso Rosefeldt ha scelto con cura i manifesti da usare realizzando i 13 collage in cui si fa ricordo anche alle idee di Claes Oldernburg, Yvonne Rainer, Kazimir Malevich, André Breton, Sturtevant, Sol LeWitt, Jim Jarmusch e molti altri ancora.

Con la direzione della fotografia di Christoph Krauss, le scenografie di Erwin Prib, i costumi di Bina Daigeler e le musiche di Nils Frahm e Ben Lukas Boysen, Manifesto viene così descritto da Rosefeldt: "Da studente ho studiato, quasi come la maggior parte delle persone che si avvicina alla storia dell'arte, il Dadaismo, il collettivo Fluxus, il Surrealismo e il Futurismo in maniera superficiale. Tempo fa, mentre ero impegnato nelle ricerche per un altro progetto, mi sono imbattuto in due manifesti del poeta e coreografo francese Valentine de Saint-Point e mi sono galvanizzato. Dopo qualche tempo, mentre ero a Berlino, un amico mi ha presentato Cate Blanchett durante una mostra sui miei lavori e in maniera molto spontanea è nata l'idea di fare qualcosa insieme. Rileggendo quei manifesti e testi di altri famosi artisti ho trovato improvvisamente il soggetto per quel "qualcosa".

Nei mesi successivi ho letto ogni manifesto, inclusi quelli sul teatro, sulla danza, sul cinema e sull'architettura. Ero sorpreso dal vedere come spesso le stesse idee comparissero da un testo all'altro senza che gli artisti si conoscessero: i manifesti non solo erano rappresentativi dell'arte a cui facevano riferimento ma testimoniavano come gli artisti fossero alla ricerca di una propria identità in un mondo che non offriva loro grande sicurezza. Del resto, la storia dell'arte è figlia della storia e gli artisti rielaborano ognuno a modo proprio il contesto storico in cui vivono, rileggendolo, reinventandolo o spingendo all'azione.

L'idea di base per Manifesto non era quella di illustrare i testi ma quella di immergere Cate all'interno dei manifesti, facendo diventare lei stessa un manifesto attraverso tredici differenti personaggi, tutti diversi a cominciare dal modo di parlare e di porsi: una broker, una madre conservativa, una manager, una parlante a un funerale, una punk, una coreografa, un'insegnante, un'operaia, una commentatrice di notizie, una reporter, una marionettista, una scienziata e un senzatetto. Abbiamo girato in soli 11 giorni a Berlino con tempi che ricordano quelli di produzione di una soap opera".

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