di Stéphane Demoustier, Francia, 2023, 118′
con Hafsia Herzi, Moussa Mansaly, Michel Fau, Pablo Pauly, Florence Loiret-Caille
La secondina Mélissa Dahleb si è trasferita nel carcere di Borgo, in Corsica, con il compito di sorvegliare i detenuti del blocco 2, appartenenti ai vari clan della mafia corsa e uniti da un tacito accordo di non belligeranza. Sposata con il falegname Djibril, che fatica ad adattarsi alla vita sull'isola, e madre di due bambini, Mélissa entra suo malgrado in un sistema di piccoli favori coi detenuti che la ingabbieranno sempre più e che, a partire dallo strano legame con il giovane detenuto Saveriu, la trasformeranno per sempre. Cosa c'entra, del resto, Mélissa con il duplice omicidio di un capo clan e di un suo attendente?
ilmanifesto.it - Borgo è in fin dei conti un film sull’adattamento, in cui l’ambiente finisce col definire i personaggi, dove il rapporto tra l’individuo e il perimetro in cui agisce costituisce la scena di una drammaturgia tutto sommato classica, in cui colpevolezza e innocenza sono le variabili del punto di vista che si assume. Come sempre nel cinema carcerario, il gioco di esclusione/inclusione crea la dinamica di riferimento delle relazioni, che Demoustier estende però agli spazi esterni, in cui Melissa e la sua famiglia si ritrovano inconsapevolmente controllati dai vicini così come dai boss di Saveriu. La libertà a Borgo diventa insomma un concetto relativo, sia tra le mura della prigione, dove le celle aperte sono solo l’espressione di un equilibrio tra forze contrapposte, che nelle strade della città, dove ogni luogo e ogni movimento sono controllati se non dalla mala, dalle telecamere di sorveglianza della polizia. Alla fine, il rapporto tra innocenza e colpevolezza è per Melissa un punto di contatto tra tutto questo, ovvero tra il ruolo assegnatole dalle opposte realtà in cui è calata e la libertà di cui è in cerca. Soggiace per empatia e si salva per istinto, sospesa sulla propria ambiguità, come tutti i personaggi di Demoustier.