di Marjane Satrapi, Francia, Usa, 2007, 95′
Vent’anni di storia visti con gli occhi di una piccola iraniana che cresce, cambia, capisce, scopre la storia della propria famiglia e del proprio paese mentre il popolo insorge contro lo Scià, vede una rivoluzione e poi una guerra, soffre, emigra, ritorna nell’Iran degli ayatollah ormai adolescente, quindi scappa di nuovo, stavolta in Francia dove diventa una grande disegnatrice. Marjane Satrapi traduce in raffinate animazioni in bianco e nero la sua autobiografia a fumetti, raccontando con disincantata ironia il suo viaggio dall’infanzia all’età adulta e la sua ricerca di libertà.
Lo stile visuale del film potrebbe essere definito ‘realismo stilizzato’, perché volevamo che il disegno fosse assolutamente aderente alla realtà, non come un cartone animato. […] Io sono sempre stata ossessionata dal neorealismo italiano e dall’espressionismo tedesco, e alla fine ho capito perché: sono scuole di cinema postbellico. Nella Germania del dopo-prima guerra mondiale, l’economia era così devastata che i cineasti non potevano permettersi di girare in esterni, e giravano in studio usando atmosfere e forme geometriche di grande impatto visivo. Nell’Italia del dopoguerra la situazione era la stessa, ma la soluzione adottata inversa: per mancanza di soldi, si giravano i film per le strade, e con attori sconosciuti. In entrambe queste due scuole, però, trovi quel tipo di speranza di chi ha vissuto una guerra e una grande disperazione. Io stessa vengo da una scuola post-bellica, avendo vissuto gli otto anni della guerra Iraq/Iran.
Il film è una combinazione di cose diverse – l’espressionismo tedesco e il neorealismo italiano. Propone scene estremamente crude e realistiche, in un contesto estremamente stilizzato, con immagini che a volte sfiorano l’astratto. Siamo stati anche influenzati da alcuni elementi di film che abbiamo amato entrambi – come il ritmo serrato del film di Scorsese Quei bravi ragazzi.
Marjane Satrapi
Volevamo che il film avesse la stessa energia dei romanzi. Non potevamo accontentarci di filmare una tavola dopo l’altra. In realtà, i nostri riferimenti sono stati film con attori in carne e ossa: io avevo visto molte commedie italiane, perché mia madre le adorava, mentre Marjane è una grande ammiratrice di Murnau e dell’espressionismo tedesco. Così ci siamo ispirati a questi due filoni e poi abbiamo messo insieme le cose che ci piacevano.
I libri di Marjane raccontano la vita di una famiglia, quindi anche il film doveva ruotare intorno a un tema familiare centrale. I codici tradizionali dei film di animazione non sembravano funzionare, così ho usato un montaggio di tipo cinematografico, con molti stacchi veloci. Anche da un punto di vista estetico, abbiamo attinto a tecniche del cinema dal vivo.
Vincent Paronnaud
Verrebbe da dire che al cinema il fumetto Persepolis di Marjane Satrapi finisce addirittura per guadagnarci. E questo nonostante i quattro volumi avessero conquistato mezzo mondo raccontando, tavola dopo tavola, il processo di maturazione e poi di crescita di una piccola ma combattiva iraniana, non a caso fan di Bruce Lee. Si era giustamente parlato di intelligenza, umorismo, autoironia e passione, sottolineando come l’autrice riuscisse a concentrare in un solo disegno il suo messaggio e a renderlo immediatamente comprensibile. Senza dimenticare che il vero soggetto di Persepolis era la storia di uno Stato, l’Iran, dalla caduta dello Scià alla democrazia teocratica degli Ayatollah, non l’avventura più o meno fantastica di una bambina. E che si parlava di torture, esecuzioni, guerre, morti… Come dire: un argomento non certo ‘nazional-popolare’ che aveva conquistato il pubblico per forza di stile e di intelligenza. […] L’idea vincente è stata probabilmente quella di conservare anche per lo schermo la piacevole astrazione bidimensionale dei suoi disegni originali. In un cinema d’animazione dove tutti sembrano inseguire il più vero del vero con personaggi tridimensionali, facendo ricorso a tutte le più sofisticate invenzioni della creazione digitale, Persepolis (film) rivendica il suo diritto a essere fatto di disegni ai limiti dell’astrazione, di mettere in campo un’animazione molto semplice e di scegliere il bianco e nero come universo cromatico di riferimento.
Paolo Mereghetti, “Corriere della Sera”, 29 febbraio 2008, in Persepolis, Bur, Milano 2008