di Kleber Mendonça Filho, Brasile, Francia, Paesi Bassi, Germania, 2025, 158′
con Wagner Moura, Maria Fernanda Cândido, Gabriel Leone, Carlos Francisco, Alice Carvalho
1977. Il Brasile vive sotto un regime militare dittatoriale. Con il falso nome di Marcello un professore universitario torna con il figlio nel nordest del Paese per cercare notizie sulla madre in attesa di espatriare. Nel passato si è messo di traverso rispetto all'attività di un corrotto imprenditore di origini italiane ed ora due killer sono sulle sue tracce per eliminarlo.
All’inizio avevo solo il titolo, L’Agente Segreto, per una storia diversa, che ho provato a scrivere ma non ha mai funzionato come sceneggiatura. Ho tenuto il titolo quando ho cominciato a esplorare altre idee. È davvero un insieme di impulsi molto diversi. In parte c’era il desiderio di fare una specie di thriller e contemporaneamente la sfida di tornare indietro nel tempo e realizzare un film d’epoca, cosa che non avevo mai fatto, se non per una sequenza in Aquarius.
KLEBER MENDONÇA FILHO
Mymovies.it - Kleber Mendonça Filho torna a Recife, sua città di nascita, per raccontare il clima di violenza che dominava nel Brasile degli anni della dittatura. (...) Il film viene strutturato in capitoli come fosse un romanzo e inserito, da un certo punto in poi, nella ricerca che due giovani studentesse stanno svolgendo nel presente in un archivio al fine di far emergere storie del periodo della dittatura.
Quinlan.it - Parla anche di dittatura, L’agente segreto, che si svolge a Recife durante il Carnevale del 1977, durante il quale morirono decine di persone all’interno della violenza quotidiana perpetrata dal cosiddetto “regime dei Gorillas” che insanguinò la terra brasiliana per oltre un ventennio tra il 1964 e il 1985. Chi però volesse lanciarsi in facili apparentamenti con il recente Io sono ancora qui di Walter Salles – e in Costa Azzurra lo stanno facendo in molti – rischierebbe di prendere un serio abbaglio: a Mendonça Filho poco interessa ricostruire il passato storico per stigmatizzarlo, ciò che conta è semmai allestire una memoria fertile, evidente, presente perché vivibile di nuovo ricorrendo all’immagine, e dunque al racconto popolare. (...) Ben più politico di Salles sia perché ragiona politicamente sulle immagini – scartando in direzione del cinema novo e bruciando l’immagine perché il colore risulti ancor più caldo, in contrapposizione a un mondo politico-sociale freddo – sia perché comprende il contemporaneo come punto non in contrapposizione con il passato ma solo in lenta evoluzione, L’agente segreto danza davanti agli occhi degli spettatori, e concede almeno una sequenza destinata a rimanere a lungo impressa nella memoria: tutti coloro che devono cambiare identità – e chi non deve farlo, là dove lo Stato non ha che un’unica identità possibile? – e stazionano nella casa di un’anziana che in gioventù a vissuto sei anni a Sassuolo (con tanto di targa della città visibile nell’inquadratura) iniziano a spogliarsi in direzione del vero, di chi o cosa sono davvero, e lo fanno collettivamente, come atto politico di ridefinizione di sé solo in un contesto sociale condiviso.