di Paolo Sorrentino, Italia, 2025, 131′
con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano
Mariano De Santis è il Presidente della Repubblica.
Nessun riferimento a presidenti esistenti, frutto completamente della fantasia dell’autore.
Vedovo, cattolico, ha una figlia, Dorotea, giurista come lui.
Alla fine del suo mandato, tra giornate noiose, spuntano gli ultimi compiti: decidere su due delicate richieste di grazia. Veri e propri dilemmi morali. Che si intersecano, in maniera apparentemente inestricabile, con la sua vita privata. Mosso dal dubbio, dovrà decidere. E, con grande senso di responsabilità, è quel che farà questo grande Presidente della Repubblica Italiana.
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La Grazia è un film sul dubbio.
E sulla necessità di praticarlo, soprattutto in politica, soprattutto oggi, in un mondo dove i politici si presentano troppo spesso col loro ottuso pacchetto di certezze che provocano solo danni, attriti e risentimenti, minando il benessere collettivo, il dialogo e la tranquillità generale.
Mariano De Santis è un uomo mosso dal dubbio.
La Grazia è un film sulla responsabilità.
Un’altra dote che dovrebbe riguardarci tutti ma che, in modo particolare, dovrebbe caratterizzare l’essere politico, la figura che rappresenta gli altri e che guida o determina le scelte.
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Paolo Sorrentino
Quinlan.it - Fin dalla prima sequenza, in cui si vede De Santis sulla sommità del Palazzo del Quirinale fumare una sigaretta “clandestina” (la figlia, che è anche la sua principale assistente, gliele ha proibite) sotto lo sguardo vigile del corazziere di fiducia, La grazia si conforma come racconto di una prammatica di vita che deve imparare a confrontarsi con il dubbio, con l’imprevedibilità. (...) Con La grazia Sorrentino si confronta alla sua maniera con il dramma da camera, e mette in scena l’elemento dialettico come una inesausta sfida a due: De Santis parla con la figlia, poi con il presidente del consiglio che lo sta pressando affinché firmi la proposta di legge sull’eutanasia, poi ancora con la sua migliore amica dai tempi del liceo, con il corazziere, con il papa, un sindaco, l’ambasciatrice lettone a sua volta a fine mandato, la direttrice di un periodico, e via discorrendo.
Cineforum.it -
Perchè La Grazia di Paolo Sorrentino si chiama così? Per due motivi (e una constatazione che aggiungiamo noi). La Grazia è quella di scarcerazione di due detenuti assassini che il Presidente della Repubblica Mariano De Sanctis, insigne docente di diritto penale tra l'altro, deve decidere se concedere proprio mentre inizia il periodo delicato del semestre bianco, alla vigilia cioè del suo fine mandato. La Grazia poi, come si dice quasi a fine film, è “la bellezza del dubbio”, quello su cui l'integerrimo politico si arrovella in cerca della verità e di risposte. Gli dice scuotendo il capo l'amico generale degli alpini: “Diritto e Disciplina avrebbero dovuto liberarci dall'incombenza della sensibilità”. La Grazia infine è quella che pervade questo film, fatto di questioni morali e tensioni che dall'esistenziale personale trasmigrano verso il metafisico, eppur straordinariamente leggero nella sua compostezza, proprio come se puntasse a quella assenza di gravità non per caso evocata dalle immagini di un astronauta (desiderio alfin esplicitato).
Sentieri Selvaggi - Certo, qualche deriva didascalica si manifesta anche nell’austero percorso del Presidente ma è ben integrata in un universo autoriale ormai maturo e in sorprendente mutazione. Il cinema di Sorrentino non è uguale a se stesso e ripropone le sue ricorrenze formali aprendole a sempre nuovi dubbi esistenziali. Insomma, Mariano De Santis non cerca più la sua grande bellezza nell’estasi di un’ulteriore opera d’arte (L’apparato umano era pur sempre un nuovo romanzo) bensì nell’autentica grazia di una clemenza (verso sé stessi innanzitutto).