di Damiano Michieletto, Italia, 2025, 110′
con Tecla Insolia, Michele Riondino, Stefano Accorsi, Andrea Pennacchi, Fabrizia Sacchi, Valentina Bellè
rimi del Settecento. L’Ospedale della Pietà è il più grande orfanotrofio di Venezia, ma è anche un’istituzione che avvia le orfane più brillanti allo studio della musica. La sua orchestra è una delle più apprezzate al mondo. Cecilia ha vent’anni, vive da sempre alla Pietà ed è una straordinaria violinista. L’arte ha dischiuso la sua mente ma non le porte dell’orfanotrofio; può esibirsi solo lì dentro, dietro una grata, per ricchi mecenati. Questo fino a che un vento di primavera scuote improvvisamente la sua vita. Tutto cambia con l’arrivo del nuovo insegnante di violino. Il suo nome è Antonio Vivaldi.
Sono abbastanza onnivoro, da spettatore. Come i maiali (ride). Il mio eroe cinematografico è Charlie Chaplin, come regista, attore, scrittore e compositore. Uno che è riuscito a creare maschere come Charlot, pilastri della storia del cinema. Che ha lavorato nel muto e ha fatto Il Grande Dittatore con il nazismo ancora al potere: aveva già capito tutto ed è riuscito a fare le parodie di Mussolini e Hitler.
Ma il cinema mi piace tutto, di quello contemporaneo forse di più i film non canonici, quelli che chiamo “ruvidi”. Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra, tra i più recenti. E non ho un modello da seguire, come non l’ho avuto per Primavera.
Ho letto un romanzo e mi è venuta un’idea. Per il prossimo film spero di osare quello che qui non ho potuto osare, con un linguaggio più approfondito e una storia che abbia una sua piena autenticità. Ho già avuto proposte che ho rifiutato, perché non si fa un film tanto per fare un film.
Damiano Michieletto
DAMIANO MICHIELETTO
Damiano Michieletto (Venezia, 1975), sempre al centro dell’interesse della stampa, oggi è certamente riconosciuto come uno tra i piu visionari e rivoluzionari registi di opera lirica, in Italia e nel mondo. Tante le opere liriche che ha diretto, collaborando con i maggiori palchi italiani e internazionali: dal Teatro alla Scala di Milano alla Royal Opera House di Londra, dal Teatro La Fenice di Venezia, alla Staatsoper di Berlino, all’Opera di Parigi. Le sue produzioni hanno ricevuto molti premi come il Laurence Olivier Award, l'Irish Time Award, il premio russo Casta Diva, il Premio Abbiati della Critica Musicale Italiana, l'Österreichischer Musiktheaterpreis, il Reumert Prize, il Melbourne Green Room Award. É direttore artistico dell'edizione 2025 del Caracalla Festival, dove firma anche la regia dello spettacolo "West Side Story".
Primavera è il suo esordio alla regia cinematografica.
MyMovies.it - Michieletto conosce bene la musica e ne capisce il potere, e capisce anche il potere dello spettacolo, dunque crea un film colto ma accessibile al pubblico, classico ma contemporaneo, con l'aiuto di una sceneggiatura solida, scritta insieme a Ludovica Rampoldi, che non fa mai l'errore di travisare il passato in base alle sensibilità contemporanee, pur parlando chiaramente anche dell'ingiustizia della condizione femminile. Il secondo asso nella manica di Primavera è la sontuosa fotografia di Daria D'Antonio, che illumina in modo fortemente pittorico composizioni sceniche che sono quadri viventi. Terzo asso è l'interpretazione appassionata ma rigorosa di Tecla Insolia, che si conferma la migliore attrice italiana della sua generazione, ma tutte le interpreti del gruppo musicale sono molto efficaci, il che significa che Michieletto è capace di cura e comunicazione con tutti gli interpreti e tutti i reparti: una cura evidente anche nel tenere a freno Michele Riondino nei panni di Vivaldi, impedendogli ogni istintiva fuga sopra le righe.
Cineforum.it - Forse la cosa che rimane più impressa del film, oltre alla musica sublime e al rapporto così ben delineato tra i due protagonisti, è il peso delle gerarchie sociali e soprattutto del denaro, perché è su di esso che si modula la vita dell’istituto, che cerca di primeggiare nella musica per avere fondi dal patriziato locale, oltre che per compiacere (allo stesso scopo) i sovrani del tempo (il Doge dopo la vittoria a Corfù, il re di Danimarca in visita a Venezia in un altro momento del film).
Quinlan.it - L’esperienza sui palcoscenici di Michieletto si vede in primo luogo sul lavoro con gli attori, lasciati liberi di “respirare” nel loro personaggio, mai messi alle strette nei loro “assoli”, nei loro incontri/scontri (prova ne sia anche la composta e convincente prova di Stefano Accorsi nei panni di un reduce di guerra). Il regista riserva loro la stessa cura esperta che impiega nel comparto musicale, affidato a Fabio Massimo Capogrosso – già collaboratore, fra gli altri, di Marco Bellocchio – che fa un ottimo lavoro modulando le sue partiture con quelle del compositore veneziano, che logicamente hanno la parte del leone, soprattutto in termini di musica diegetica. (...)
L’aspetto più “teatrale” del film (sia detto tutt’altro che in senso negativo) sono i costumi di Maria Rita Barbera, nella fattispecie le magnifiche vesti rosse – presumibilmente una creazione originale – che le orfane sfoggiano durante i loro concerti per la clientela privata. Costumi che staccano nettamente con il bianco e nero dell’orfanotrofio, con il grigiore della loro quotidianità di prigioniere a tutti gli effetti. Infine, se di Michele Riondino possiamo lodare l’interpretazione compresa e misurata, la giovane siciliana Tecla Insolia conferma il suo talento nel tenere in pugno la macchina da presa, con il suo sguardo di argento vivo, inquieto e magnetico.