di Park Chan-wook, Corea del Sud, 2025, 139′
con Byung-Hun Lee, Ye-Jin Son, Hee-soon Park, Sung-min Lee, Yeom Hye-ran
You Man-su (Lee Byung Hun), specialista nella produzione di carta con venticinque anni di esperienza, conduce una vita semplice e serena con la moglie Miri (Son Yejin) e i loro due figli. Il lavoro è più di una professione, è ciò che dà forma alla sua identità: “ho tutto quello che desidero” può dirsi con orgoglio.
Quando però la sua azienda lo licenzia senza alcun preavviso, la sua vita precipita e rischia di vedere crollare ciò che ha costruito: il mutuo della casa, la serra che cura con passione, le lezioni di ballo con la moglie, perfino il mantenimento dei due golden retriever cui i figli sono legatissimi.
Nella disperazione, tenta il tutto per tutto presentandosi alla Moon Paper, l’azienda dove è certo di poter dimostrare il suo valore. Convinto di meritare quel lavoro più di chiunque altro, prende una decisione ben precisa: “Se non c’è un posto per me, troverò un modo per farmi spazio da solo.”
Fin dove sarà disposto a spingersi, se non c’è altra scelta?
(...) perdere il lavoro, nell’ottica della nostra società, significa perdere la funzione stessa della propria esistenza. Noi hai più un valore agli occhi di questo mondo. Nel caso del protagonista, perdere il lavoro non significa per forza perdere tutto: Man-soo ha altre opzioni, può trasferirsi in una casa più piccola, può dividere le bollette con la moglie o trovare lavoro in un altro settore. Ma non è disposto, perché il suo ruolo gli impone di riprendersi esattamente ciò che aveva guadagnato. Non gli basta sopravvivere, deve restaurare il tuo status. E per farlo, per restaurare il suo valore e il suo orgoglio maschile, è disposto a compiere gesti estremi. Persino a uccidere, anche se questo significa compromettere il suo valore morale.
(...) Le ispirazioni mi vengono dalle cose più disparate: dalla letteratura, come in questo caso; dai fumetti, come nel caso di Old Boy; oppure da articoli di giornale, grandi classici del cinema che mi hanno preceduto, cose che mi accadono nella vita. Sicuramente ci sono delle domande esistenziali che mi hanno sempre perseguitato e ricorrono da sempre nel mio cinema, domande sulla natura e il comportamento umano. Ma non è mai una sola fonte, a fare da base di ispirazione. Anche se il punto di partenza è un romanzo, un fumetto, un articolo, questi finiscono per mescolarsi ad altri pensieri, considerazioni, suggestioni e domande filosofiche che mi provengono da altro. Soprattutto, non realizzo mai adattamenti fedeli al cento per cento alla matrice originale. Per quanto mi riguarda non è possibile rimanere del tutto fedeli, è un errore credere di poterlo fare perché i media sono diversi. Ogni mio film è il frutto dell’unione fra il materiale di partenza e altri riferimenti letterari, cinematografici e filosofici.
Cineforum.it - Al cuore di No Other Choice, dopotutto, come dice il sistema del lavoro capitalista che prima licenzia e poi convince della possibilità di trovare un altro posto, c’è la necessità di trovare nuove forme di creatività, nuovi linguaggi, in un mondo in cui tutti in qualche modo capiscono di essere arrivati a un livello di saturazione collettivo (e per questo cambiare vita significa soprattutto imparare a rinunciare – a Netflix, al corso di ballo, agli alberi da curare…). Se però la figlia bambina del protagonista, genio del violoncello e pressoché muta, non conosce la propria, di lingua, e ne inventa una per scrivere e comporre musica, quella usata per farsi strada da Mi-sun porta al paradosso di un nuovo sistema, sì, ma peggiore di quello precedente, per quanto più produttivo e meno dispendioso: un mondo al buio («l'AI dopotutto non ha bisogno di luce per lavorare») in cui le macchine si prendono tutto e di uomini ne restano pochi e alla lunga probabilmente nessuno. E pure la carta, un tempo prodotto artigianale come il cinema, la crea qualcun altro.
Quinlan.it - Grottesco. Sagace, tagliente e spietato. Divertente, anche drammatico, soprattutto guardando fuori dallo schermo, verso una realtà che ci sta dissanguando. Si parte da una villa, idealmente non troppo distante da quella di Parasite, ridisegnando ancora una volta la stratificazione cristallizzata delle classi sociali, in una sorta di declinazione persino potenziata del sogno americano: lavoro, guadagno, spendo, creo il mio microcosmo felice con tanto di giardino, moglie casalinga, due figli (maschio e femmina). Anche i cani sono due, senza dimenticare l’immancabile barbecue, intramontabile status symbol e circoscritta metafora del potere maschile.
(...) Dopo le mirabilie estetiche di Decision to Leave, Park Chan-wook torna con No Other Choice – Non c’è altra scelta su un binario decisamente politico, mettendoci di fronte a più di una cruda verità e rovesciando beffardamente già nei primi secondi l’illusione dell’antiamericanismo. L’abisso del mondo del lavoro, di oggi e di domani. I ruoli sociali, la sconfitta dell’ambizione maschile, patriarcale. La salvezza, o quantomeno una vaga speranza, (forse) parte dal basso, da un briciolo di sensibilità.