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La caduta dell'impero americano, Denys Arcand

di Denys Arcand, Canada 2018, 127′, con Alexandre Landry, Maripier Morin, Remy Girard, Louis Morissette, Maxim Roy

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Il trentaseienne Pierre-Paul ha un dottorato in filosofia e un'intelligenza superiore alla norma, ma deve lavorare come fattorino per avere uno stipendio. Un giorno, durante una consegna, si ritrova nel bel mezzo di una rapina finita nel sangue senza testimoni. Ad un passo da lui, giacciono incustoditi due borsoni pieni di banconote. Dopo averci riflettuto pochi secondi, Pierre-Paul ruba il malloppo, innescando una serie di reazioni a catena e un cambiamento radicale della propria vita e non solo.

Giovedì 16 maggio 2019 ore 20:30
€6,00 Intero / €4,00 Ridotto under 26 e over 65
Venerdì 17 maggio 2019 ore 20:30
€6,00 Intero / €4,00 Ridotto under 26 e over 65
Sabato 18 maggio 2019 ore 20:00
€6,00 Intero / €4,00 Ridotto under 26 e over 65
Mercoledì 22 maggio 2019 ore 21:00
€6,00 Intero

Recensioni

mymovies.it.

un racconto cinematografico più interessante del solito, capace di trasformare in personaggi, nella maggior parte dei casi, quelli che altrimenti non sarebbero rimasti che ruoli (il cittadino onesto, la escort, il mago della finanza, il senzatetto), attanti di un'(anti)parabola sull'intelligenza come handicap e la follia come quotidianità.

Saltando ogni standard di razionalità, salta infatti anche ogni imperativo categorico e il principio morale torna a farsi soggettivo. Così, però, come si possono costruire a tavolino dei consigli di amministrazione planetari per fini di banalissima frode, si può far squadra con complici improbabili per fini più nobili, e con lo stesso tasso di interesse.

 

quinlan.it. La caduta dell’impero americano mescola con sagacia commedia e caper movie, scorrendo rapido e con verbose staffilate di brillante satira sociale. Il ritmo appare a tratti forsennato e vive al suo interno di un gioco ben calibrato di cliché e contro cliché, per cui la prostituta non si rivela, come è lecito aspettarsi, un’infida dark lady, il criminale non ha voltafaccia, il banchiere non è un delatore.
L’unione degli individui può redimere il denaro (tra l’altro sottratto a losche attività malavitose), questo sembra volerci dire Arcand, il cui reale obiettivo è però quello di scatenare riflessioni sulla contemporaneità e le sue contraddizioni, mentre ci elargisce il suo neo-moralismo, severo ma anche guascone, di certo ben documentato per quanto pertiene il versante dell’alta finanza, ma privo di un tedioso indottrinamento proprio perché animato da una costante vis polemica.
E così, inanellando citazioni filosofiche, ora da Aristotele «La fortuna è correlata alla felicità», ora da Wittgenstein «Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere», La caduta dell’impero americano punta a mostrare, attraverso le vicissitudini scaturite da un casuale esproprio proletario, una strada possibile al socialismo. Certo la meta è lontana, tanto vale ripartire da un fattorino, una escort e un truffatore.

 

longtake.it. Il regista canadese Denys Arcand, premio Oscar perLe invasioni barbariche (2003), torna a declinare il tema della decadenza dell’Occidente e del modello di vita a stelle e strisce, da lui già affrontato ne Il declino dell’impero americano (1986) e nel film che diciassette anni dopo gli valse, con gli stessi protagonisti, la statuetta dorata come miglior film straniero. Nel frattempo, in un presente sempre più caotico e imbarbarito, le crepe e le contraddizioni della società e del capitalismo si sono ovviamente acuite e Arcand ne approfitta per imbastire una nuova parabola, ideale chiusura di una trilogia composta dai due film già citati, che intreccia il destino individuale e l’interesse economico più cieco e ottuso, le scelte del singolo e le loro brutali conseguenze. L’America, più che una presenza geografica, è uno spettro che aleggia, e lo sguardo del regista, attraverso il pretesto di un colpo andato a rotoli, evento casuale che getta con repentina violenza la vita del protagonista davanti a un bivio, forza i confini della sua morale e ridefinisce i contorni di un’esistenza destinata, molto probabilmente, a una grigia mediocrità. I temi affrontati sono potenti e il cineasta si dimostra pienamente a suo agio con implicazioni da lui già ampiamente maneggiate e rimaneggiate, anche se la dimensione di genere evidenzia qualche crepa e il messaggio critico sotteso al film a tratti è un po’ troppo calcato, con esiti ora sguaiati ora didascalici. A cominciare dal prologo, che spiattella immediatamente molti degli elementi in gioco e vede in Donald Trump un semplicistico punto d’approdo dei vari leader politici come Bush, Berlusconi e Sarkozy. Arcand ha dichiarato di essersi ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto: un incidente del 2010 nel quale due persone vennero uccise in una boutique di Montréal.

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