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La Strada dei Samouni, Stefano Savona

di Stefano Savona, Italia, Francia 2018, 128′, con Famiglia Samouni, popolo palestinese

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Incontro con Christian Elia, giornalista, direttore di Qcode Mag, Autore del libro Walking The Line e Mara Carlotta Ronzoni, attivista, Progetto6220km

 

Da quando la piccola Amal è tornata nel suo quartiere, ricorda solo un grande albero che non c’è più. Un sicomoro su cui lei e i suoi fratelli si arrampicavano. Si ricorda di quando portava il caffè a suo padre nel frutteto. Dopo è arrivata la guerra. Amal e i suoi fratelli hanno perso tutto. Sono figli della famiglia Samouni, dei contadini che abitano alla periferia della città di Gaza. È passato un anno da quando hanno sepolto i loro morti. Ora devono ricominciare a guardare al futuro, ricostruendo le loro case, il loro quartiere, la loro memoria. Sul filo dei ricordi, immagini reali e racconto animato si alternano a disegnare un ritratto di famiglia prima, dopo e durante i tragici avvenimenti che hanno stravolto le loro vite in quel gennaio del 2009, quando, durante l’operazione ‘Piombo fuso’, vengono massacrati ventinove membri della famiglia.

Stefano Savona si reca sul luogo della strage e vi fa ritorno un anno dopo, in occasione del matrimonio di uno dei superstiti della famiglia. I fatti di sangue vengono invece ricostruiti attraverso il contributo dell'animazione di Simone Massi e di una sceneggiatura, basata sulle testimonianze di chi c'era.

Premi

Premio della Giuria Oeil d'Or come miglior film documentario al Festival di Cannes 2018.

Giovedì 28 febbraio 2019 ore 20:30
€6,00 Intero / €4,00 Ridotto under 26 e over 65

Recensioni

Mymovies.it. C'è un momento, nella ricostruzione delle parti "mancanti" di quanto avvenuto nel gennaio 2009, che colpisce in maniera indelebile l'immaginario dello spettatore. Il rumore degli spari di fronte al richiamo degli astanti sulla presenza di bambini innocenti, del tutto ignorato dai soldati. Cosa può portare a tanto odio? Cosa può trasformare gli uomini in demoni? Nella striscia di Gaza ci si è spinti talmente oltre che solo l'allegoria può rappresentare quel che la macchina da presa non ha potuto cogliere.
(...) Quello del regista palermitano è un lavoro che unisce il coraggio del documentarista, che non si ferma di fronte al pericolo pur di perseguire la propria missione, e l'abilità del narratore, che prova a ricomporre il puzzle della violenza insensata abbattutasi sulla famiglia Samouni, prezioso su molteplici piani di lettura.

 

Filmtv.press. C’è il documento, l’incontro di Stefano Savona coi sopravvissuti, la vita quotidiana, la preparazione di un matrimonio, per continuare e credere nel futuro. E c’è l’animazione, i graffi di Simone Massi (e della sua squadra di disegnatori), che scavano la materia nera dell’oblio, per tirarne fuori la memoria viva, vibrante, della felicità perduta, della violenza insensata, dell’orrore. Nessun compiacimento o facile indignazione. La Palestina - tra fatalismo, sessismo patriarcale e mistica del martirio, tra Hamas, Fatah e Jihad in gara per «appropriarsi delle condoglianze» - non è certo l’Eden. Ma è terra di esseri umani privati della loro libertà e dignità, che si chiedono in lacrime «perché dobbiamo soffrire tanto»? Il cinema di Savona è sensibile, acuto, incalzante ma giustamente invisibile. L’animazione di Massi è potente, è il “negativo” della realtà, che ne fotografa l’anima segreta, il ricordo intimo, il rimosso. Ciò che non si può rappresentare, per non rischiare di banalizzarlo, è meglio immaginarlo: il disegno lo rende reale.

 

Cineforum.it. La strada dei Samouni è l’evidente frutto di un travagliato percorso personale, artistico, creativo, artigianale. La sua forza sta in una forma che non nasconde la consapevolezza della propria fragilità, del proprio azzardo. Come Alma e Fuad che si aggirano nell’orto alle spalle della loro abitazione temendo di trovare la morte, il film cammina in un territorio minato, lo affronta, lo schiva, lo supera facendosi aiutare da una forma animata a cui delega la parte più delicata, la messinscena di un controcampo fantasma che il cinema ha comuque l'obbligo di interrogare.

 

Quinlan.it. Savona ricostruisce la storia da un lato lasciando parlare i ragazzi, dall’altro filmando la vita quotidiana di una famiglia che vive diroccata ma vive, e che sta preparando un matrimonio che è simbolicamente anche il ritorno a una normalità che non potrà che essere apparente. Ma la ricostruzione deve diventare immagine, e allora il regista palermitano si affida ai disegni e alle intuizioni di Simone Massi: è nell’animazione, il gesto estetico finzionale più forte e poetico, che la realtà di una memoria di sangue può trovare la propria rappresentazione meno artefatta. La ricostruzione è sì atto privato, e parte dalle memorie dei testimoni, ma è anche atto collettivo nel momento in cui diventa cinema, e quindi narrazione palese degli eventi accaduti; l’animazione e gli pseudo-visori notturni in cui gli esseri umani sono formichine da schiacciare senza troppo pentimento sono lì a dimostrare questo. La scelta di Savona diventa dunque un atto poetico, e di conseguenza politico.
La strada dei Samouni è però soprattutto il racconto di una gioventù massacrata che ha il coraggio di riprendere a vivere, di ricostruire il mondo attorno a sé. Le case verranno di nuovo erette, gli alberi di ulivo verranno ripiantati, il matrimonio porterà nuovi esseri umani in quella terra martoriata. È un’utopia? Certo, ma non lo è forse anche il cinema?

 

spietati.it. Nato come un reportage, il film ha assunto una fisionomia diversa proprio nel difficoltoso rapportarsi al racconto della tragedia: felicissima si rivela allora la fusione dei due registri, come il documentario va a legarsi al frammento d’epoca ridisegnato. Come i due livelli, quello del presente e quello del flashback, si richiamano per associazioni visive, di concetto, di luogo. La strada dei Samouni è il frutto di un lavoro complesso per la cui conclusione sono stati necessari anni: Simone Massi realizza ogni singola tavola a mano, con pastelli a olio stesi su carta e poi graffiati con puntesecche (per un secondo di animazione occorrono almeno otto disegni).
Nelle note di regia Stefano Savona spiega la sua scelta: «A Gaza, all’indomani della guerra, ho incontrato delle persone che mi hanno raccontato con calma straordinaria gli eventi drammatici a cui erano appena sopravvissuti. Ho capito che per rendere loro giustizia, non potevo fermarmi alla constatazione della tragedia: la famiglia Samouni meritava che raccontassi la loro storia per intero, facendo rivivere sullo schermo anche il loro passato. Attraverso le immagini d’animazione, ho potuto ricreare i momenti chiave della loro storia: il cinema va oltre la cronaca e permette allo spettatore di avvicinarsi in maniera più intima e profonda al vissuto dei protagonisti».

 

"'La strada dei Samouni' è (...) un documentario, una ricostruzione testimoniale e una invenzione poetica, ma il risultato è un'opera emozionante e sconvolgente, bellissima e dolorosa, che usa la forza del cinema e delle sue diverse facce per riannodare le trame smagliate della memoria". (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 8 ottobre 2018)

 

Ilmanifesto.it. È quanto fa Savona affermando una precisa idea di «documentario» ( e di cinema «politico») in cui l’autore non si maschera nella pretesa di «verità» – è tutto vero – e invece dichiara la sua presenza attraverso i protagonisti, persone ma soprattutto «personaggi». Lo sforzo di Amal a raccontare sembra rimandare a quello del regista, a un film che nella sua forma si interroga costantemente su come confrontarsi con la «realtà», non in astratto ma nella pratica delle immagini, e che da questo trova la sua potenza e la sua grazia. Eccola quella «verità» che lascia fuori l’ideologia, sappiamo da che parte stare (e da che parte sta Savona) senza passare per la retorica del pianto, sono i sentimenti che vengono illuminati, e che ci portano a ragionare.
Nella trama affiora una società palestinese di contraddizioni, machista dove Amal fatica a trovare un posto perché «vai via che sei femmina», un uomo può avere due mogli se la prima non lo accudisce abbastanza. E la tragedia è materia di propaganda, utilizzata per convincere i ragazzi a diventare «martiri». Non è difficile del resto in mezzo all’inedia di chi vive rinchiuso senza alcuna scappatoia. Il conflitto è questo, il prima e il dopo, i cambiamenti che impone nella testa e nel cuore di chi lo attraversa. Gli equilibri fragili che impongono di ricomincia sempre daccapo, si piangono i morti, si aspetta un futuro che non non c’è. E quanto ci appare «lontano» fotogramma dopo fotogramma diviene reale.

Futuro random

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