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Il Prigioniero Coreano, Kim Ki-Duk

di Kim Ki-Duk, Corea del Sud 2016, 114′, con Ryoo Seung-Bum, Lee Won-Geun, Choi Gwi-Hwa, Jo Jae-Ryong, Won-geun Lee.

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Nam Chul-woo è un povero pescatore nordcoreano che nella sua barca ha l'unica proprietà e l'unico mezzo per dare da mangiare a sua moglie e alla loro bambina. Un giorno gli si blocca il motore mentre sta occupandosi delle reti in prossimità del confine tra le due Coree e la corrente del fiume lo trascina verso la Corea del Sud. Qui viene preso sotto controllo delle forze di sicurezza e trattato come una spia. C'è però chi non rinuncia all'idea di poterlo convertire al capitalismo lasciandogli l'opportunità di girare, controllato a distanza, per le strade di Seoul.

Premi

Presentato alla Mostra del C1nema di Venezia nel 2016.

Giovedì 24 maggio 2018 ore 20:30
€6,00 Intero / €4,00 Ridotto under 26 e over 65
Venerdì 25 maggio 2018 ore 20:30
€6,00 Intero / €4,00 Ridotto under 26 e over 65
Sabato 26 maggio 2018 ore 20:00
€6,00 Intero / €4,00 Ridotto under 26 e over 65
Domenica 27 maggio 2018 ore 20:30
€6,00 Intero / €4,00 Ridotto under 26 e over 65
Martedì 29 maggio 2018 ore 21:30
€6,00 Intero / €4,00 Ridotto under 26 e over 65
Mercoledì 30 maggio 2018 ore 21:30
€6,00 Intero / €4,00 Ridotto under 26 e over 65

Recensioni

Mymovies.it. Kim ki-duk torna al suo cinema delle origini con un film politico che critica regimi e sistemi ideologici delle due coree, destinato a non piacere né al di qua né al di là del 38° parallelo. Si può essere certi che al Nord non lo vedranno mai ma di sicuro anche al Sud non avrà vita facile. Perché il regista ha la consapevolezza di proporre una lettura decisamente scomoda per entrambe le parti in causa.
Assai sottovalutato alla sua presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, con Il prigioniero coreano  Ki-duk ci presenta un racconto diviso chiaramente in due parti, due luoghi, due Paesi e due sistemi politici, ovvero le due Coree.
Il protagonista, catapultato nella capitalista Corea del Sud, è un alieno fragile, pieno di convinzioni errate. Il bello, tuttavia, è che quando comincia a osservare non viene più di tanto accecato, e - sebbene traumatizzato dalla modernità metropolitana - fa presto la conoscenza dei suoi lati più disperati e delle sue mercificazioni meno commendevoli.
Di ritorno al Nord, il suo destino è tutt'altro che semplice, visto che il solo essere stato a contatto con la peste capitalista lo rende sospetto alle autorità. Il poco che aveva (una patria, una famiglia) diventa presto una chimera, ed egli perde l'appartenenza a qualsiasi società, di qualsiasi ideologia si tratti.
Ed ecco il finto apologo: Ki-duk non è certo così ingenuo da proporre una morale semplificata in cui comunismo e capitalismo sono due facce della stessa medaglia (sa bene che al Nord non potrebbe neanche lontanamente pensare di girare i film che ha girato). Piuttosto, ci propone una favola storta, contraddittoria, confliggente, in cui non esiste ricomposizione, nemmeno se volessimo credere alla coincidenza degli opposti. No, il capitalismo coreano del Sud e la dittatura del Nord non sono la stessa cosa, ma questo non significa rimanere sordi all'uno e all'altro. Il singolo e il suo destino intrecciano solo ogni tanto la linea d'orizzonte dei sistemi di potere, e quando lo fanno raramente ne escono indenni.

 

Filmtv.press. Nam Chul-woo (interpretato da Ryoo Seung-bum, che ha al suo attivo cose come Arahan - Potere assoluto, Mr. Vendetta e Crying Fist - Pugni di rabbia), considerato una spia dai servizi segreti del sud, è lasciato libero per le strade di Seoul nella speranza che si faccia abbagliare dalle sirene del capitalismo. Lui invece, fedele agli insegnamenti del suo leader supremo, chiude gli occhi davanti alla ricchezza per non farsi accecare. Kim, lucidissimo, sceglie provocatoriamente di vedere il sud attraverso gli occhi del nord, conferendo al suo film un’energia testarda e tutta di pancia. Una paradossale scelta di campo che fa di Il prigioniero coreano un film audace e controcorrente nonostante alcune rigidità contenutiste.

Cineforum.it. Trattando nuovamente il contrasto tra le due Coree (già presente in The Coast Guard del 2002), Kim Ki-duk torna a quel cinema politico che aveva segnato i suoi esordi, puntando su una messinscena grezza e su una narrazione che non ammette l’utilizzo della retorica. Esplicito nel messaggio che vuole veicolare (forse anche troppo), l’autore sudcoreano riflette su differenze e similitudini tra le due nazioni (gli interrogatori sono praticamente gli stessi), mostrando il lato più oscuro di entrambe e non risparmiando critiche (anche) al proprio Paese d’origine.
Gli spunti non sono banali, anzi, e il finale può rimanere impresso al termine della visione, ma diversi sono i limiti da attribuire a una parte centrale troppo prolissa e ridondante. Resta comunque lo spessore di un’analisi sociale quasi sempre incisiva, soprattutto per quanto riguarda l’insistenza del protagonista nel non voler aprire gli occhi di fronte a un mondo che gli hanno insegnato a non poter guardare. Per Kim è un passo avanti rispetto agli ultimi lavori (pessimo il precedente Stop), ma i tempi di Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera (2003) sono distantissimi.

Quinlan.it. A una prima parte che vede Nam catturato come “potenziale spia” nel Sud, interrogato e trattenuto con la violenza, fa seguito una seconda parte, dopo il ritorno dell’uomo nella madrepatria, dove l’accoglienza in pompa magna dura meno di un battito di ciglia, sostituita da una nuova prigionia, altrettanto barbarica e insensata.
Il gioco di Kim si fa fin troppo scoperto, con le due Coree messe a confronto evidenziando differenze talmente grandi da provocare le medesime storture. Due sistemi corrotti, in cui non si nutre la minima fiducia verso un popolo sfruttato a proprio uso e consumo, senza più alcuna morale a sorreggere le azioni. Due nazioni che non si reggono più su un’idea, ma solo su un’ideologia difesa con tanta protervia da essere ottusa, idiota, incapace di leggere la verità perché già in partenza detentrice di quella stessa verità. In questa guerra condotta a colpi di propaganda Nam non può che finire schiacciato dall’ingranaggio, pedina sconfitta fin da subito.

 

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