di Mario Bava, Italia, 1971, 85′
con Luigi Pistilli, Claudine Auger, Isa Miranda, Claudio Camaso, Anna Maria Rosati
Un cult spietato e cinico del maestro dell'horror Mario Bava. Un'anziana nobildonna che vive da sola in una baia incontaminata viene uccisa, così come il suo assassino, innescando una reazione a catena di brutali omicidi nella zona del golfo, poiché diversi personaggi senza scrupoli cercano di impossessarsi della sua vasta tenuta.
Reazione a catena, uno dei capolavori di Mario Bava e precursore dello slasher torna al cinema con FilmClub distribuzione, Minerva Pict.
Biglietto unico per i tre film della maratona € 15
Quinlan.it - Meritoria l’operazione della Minerva Pictures, che riporta in sala Reazione a catena, conosciuto anche come Ecologia del delitto (ma anche come L’antefatto, mentre i titoli di lavorazione erano Odore di carne e il geniale Così imparano a fare i cattivi) e film tra i più centrali dell’intera carriera di Bava, indispensabile per chiunque abbia interesse a scoprirne la poetica espressiva. In un profluvio di zoom e di fuori fuoco, in grado di trasformare anche la più banale delle inquadrature in una vera e propria macchia informe, elogio dell’immaginario che va ben oltre il mero apparentamento a un genere fotografico, prende forma uno dei più imprevedibili e sarcastici gialli all’italiana del periodo: l’etica umanista di Bava, tesa a un moralismo mai pedante, trova compimento sia nella forza del soggetto (opera del molisano Dardano Sacchetti, all’epoca ventiseienne al lavoro già su Il gatto a nove code di Dario Argento e in seguito sceneggiatore tra gli altri di Sette note in nero, …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà e Zombi 2 di Lucio Fulci) che nel nitore inventivo di una messa in scena che non lascia nulla al caso ma allo stesso tempo riesce a dominare una narrazione che procede apparentemente per accumulo di situazioni. Reazione a catena si permette il lusso di portare davanti agli occhi degli spettatori una violenza inaudita, quasi parossistica nella sua esibizione truculenta, eppure mai finalizzata al mero ghiribizzo estetico: operazione questa che trasforma il film in un salvifico, vitale e godibile saggio sulla messa in scena della morte, e dell’atto dell’uccisione. Un film di corpi più che di personaggi, trattati con sguardo entomologico da un cineasta mal disposto a scendere a compromessi eccessivi con il “genere”, e che qui firma una delle sue opere più personali – come sottolinea anche la scelta di tornare a curare personalmente la fotografia, a quasi dieci anni di distanza da La ragazza che sapeva troppo (1962), non a caso il film che più di ogni altro getta le basi per il giallo.