di Avelina Prat, Portogallo, Spagna, 2025, 114′
con Manolo Solo, Maria de Medeiros, Branka Katic, Rita Cabaço, Xavi Mira
La vita di Fernando, un tranquillo professore di geografia, viene sconvolta dalla misteriosa scomparsa della moglie. Disorientato e in cerca di una nuova esistenza, Fernando decide di partire per il Portogallo: qui, in seguito a un evento drammatico ma provvidenziale, assume l’identità di un giardiniere e trova rifugio inatteso in una tenuta portoghese. Circondato dalla bellezza del paesaggio e dall’umanità di chi lo accoglie, inizia lentamente a vivere una vita che non è la sua.
Che cosa definisce la nostra identità? Il luogo in cui cresciamo, il luogo in cui viviamo, i nostri geni, le nostre abitudini, le esperienze, i nostri desideri…
E questa identità è unica e immutabile? Siamo la stessa persona se il nostro contesto cambia radicalmente?
Uno dei pilastri dell’identità è il luogo, inteso come un insieme che non è solo geografico, ma che è composto anche dagli elementi e dalle persone che lo abitano. Il luogo come ciò che dà forma a una vita. Il luogo come casa.
Parliamo del luogo in cui ci si sente a casa, dove si può essere sé stessi. Un luogo dal quale si può smettere di scappare. Un luogo che non ha nulla a che fare con le radici, ma piuttosto con la scoperta.
Avelina Prat
FilmTv - La villa portoghese esplora le possibilità che si aprono quando si sospende la propria identità e si abita uno spazio altro. Lontano dai consueti snodi narrativi, il film si concentra sul modo in cui le vite si ridefiniscono per contatto, per sottrazione, per reazione. La storia si sviluppa senza condannare né esaltare le scelte dei suoi personaggi. Ogni gesto, ogni decisione sembra appartenere a un tentativo di adattamento più che a una dichiarazione.
Attraverso una narrazione sobria e frammentata, Avelina Prat costruisce un racconto che lascia al pubblico lo spazio per interpretare. Più che un viaggio lineare, La villa portoghese si presenta come un’esplorazione, in cui il perdere e il ritrovarsi non sono mai opposti, ma fasi di uno stesso percorso.
Quinlan.it - Il tempo della narrazione è disteso, placido: Prat ha fiducia nel minimo scarto, nel modo in cui un silenzio cambia qualità, in come una conversazione apparentemente casuale ridisegni una gerarchia. Ci sono echi di Rohmer nei dialoghi, non per brillantezza letteraria, ma per quella parola che nasce dopo uno sguardo, come se il pensiero avesse bisogno di appoggiarsi al paesaggio per diventare frase. E nei silenzi – nella loro durata non decorativa, nella malinconia che non chiede di essere nominata – affiorano reminiscenze di Erice e, per una certa misura della sospensione, persino di Saura: non citazioni, piuttosto una parentela di pudore, un modo di lasciare l’emozione a mezz’aria, senza chiuderla in morale.