di Shai Carmeli-Pollak, Israele, 2025, 93′
con Muhammad Gazawi, Khalifa Natour, Marlene Bajali, Hilla Sarjon, Gabriel Horn
Un ragazzo palestinese di 12 anni tenta di raggiungere il mare per la prima volta. Dopo essere stato respinto a un checkpoint, scappa e attraversa clandestinamente Israele; suo padre lo insegue, rischiando arresto e lavoro. Un road movie essenziale che intreccia tensione e tenerezza, e un’idea semplice e potentissima: il diritto di un bambino a sognare. Selezionato come candidatura ufficiale agli Oscar 2026, il film ha suscitato reazioni durissime a livello istituzionale, proprio perché mette in crisi la narrazione ufficiale di Israele e mostra senza retorica cosa significa vivere tra permessi, controlli e frontiere.
Per me il cinema è uno strumento per raccontare storie dal valore universale, capaci di toccare l’anima di qualunque persona, ovunque.
Quando ho scritto The Sea, non pensavo a un film “politico” , ma a un film sulle persone: il rapporto tra un padre e un figlio, un film di viaggio e di formazione, nella tradizione del cinema umanista e socialmente consapevole (come Ladri di biciclette di De Sica o i film di Jafar Panahi).
Con il produttore Baher Agbariya abbiamo intrapreso un’avventura unica: una troupe mista, ebrei e arabi, riprese in villaggi palestinesi, lungo il muro di separazione, e poi in diverse città israeliane. (...) La sceneggiatura ha radici lontane: più di vent’anni fa entrai nei Territori Occupati durante la Seconda Intifada. Quell’incontro con una realtà diversa da come la immaginavo mi sconvolse e cambiò la mia vita. Tornai più volte in luoghi che molti israeliani tendono a rimuovere; imparai l’arabo e nacquero relazioni profonde con persone che, sulla carta, avrebbero dovuto essere “nemici”.
(....) Quando il film ha vinto l’Ophir per Miglior Film, oltre alla gioia artistica, ho sentito anche speranza. In mezzo a una realtà brutale, il film commuove gli spettatori fino alle lacrime, forse perché mette in scena ciò che oggi sembra mancare: compassione e amore per ogni essere umano. The Sea offre tutto questo, con sincerità, dal profondo.
Shai Carmeli Pollak
FilmTv - Omaggio ai classici, da Ladri di biciclette a Il palloncino bianco, che combattono, sottovoce, le ingiustizie di autocrazie e democrazie, The Sea, girato prima del 7 ottobre 2023, ha vinto l’Ophir Award, l’Oscar israeliano, come migliore film, irritando Miki Zohar, il ministro della cultura che ora minaccia di tagliare i fondi al cinema. Shai Carmeli-Pollak ha diretto già due pamphlet politici, Bilin My Love (2006), contro il muro, e Refugees (2008), ritratto tragico e straziante di uno stato di rifugiati che ha voltato le spalle ad altri rifugiati, gli africani. E per dieci anni ha disertato i set militando in “Anarchici contro il muro”, per contrastare le prepotenze dei coloni in Cisgiordania.
MyMovies.it - Muovendosi sul confine più incandescente della Storia, tra Bnei Brak, Ramat Gan e Tel Aviv, la macchina da presa inscrive il peregrinare di Khaled e Rahbi in una ricca serie di incontri, tutti sul filo del pericolo di essere identificati come "illegali". Significativamente, tra escamotage politico e reale femminismo, Khaled chiede e ottiene indicazioni sempre a donne, di ogni età e provenienza, tutte collaborative, anime di un'umanità che tende la mano, per cui la convivenza è possibile. Girato in ebraico e arabo (e disponibile anche in lingua originale, per chi scrive sempre preferibile a quella doppiata), The Sea si fa specchio potente, da micro a macro, nel prefinale sulla strada: noi spettatori, ci si ritrova a osservare altri spettatori assuefatti, clienti di un caffè all'aperto di Tel Aviv: tutti inermi testimoni di un'azione poliziesca.
Sentieri Selvaggi - L’utopia o la frontiera del mare è il sogno adolescenziale di Khaled, è il suo peregrinare estraneo per le strade della città israeliana, è la sfida ad un regime che impedisce ai bambini di vivere in quel sogno, in quella aspirazione della frontiera, di abitare quel luogo immaginario che alimenti i loro desideri.
Non è soltanto la tragedia del sangue e delle vittime di tutte le età causate dalla sanguinosa oppressione esercitata sul popolo palestinese a devastare gli animi dei vivi, ma è anche il disastro che si produce in tutti i Khaled e le Khaled ai quali è impedito di sognare e di desiderare.
Il cinema e la cronaca in questi mesi ci hanno raccontato i fatti, la storia, la tragedia e la devastazione. Oggi Gaza non esiste più e anche in Cisgiordania, dove il film è ambientato, il clima è quello che avevamo già visto in The Teacher di Farah Nabulsi. The Sea e il suo regista israeliano guardano trasversalmente a questa condizione e il film focalizza l’attenzione sul protagonista adolescente, sul suo viaggio quasi iniziatico in quel rito di passaggio che segna la linea d’ombra di ogni esistenza. La piccola odissea di Khaled nella sua estrema semplicità, come semplici sono i racconti che si offrono ai ragazzi, rappresenta quell’infrangersi dei sogni coltivati e il loro mutarsi in dramma, e rappresenta, nella sua complessità, come complessi sono i racconti che si offrono agli adulti, il tema della responsabilità che abbiamo verso questa adolescenza alla quale sono stati rubati i sogni, le utopie e i desideri. Questo ci obbliga a domandarci quale futuro è stato inventato per questi bambini.