di Richard Linklater, Francia, 2025, 106′
con Guillaume Marbeck, Zoey Deutch, Aubry Dullin, Alix Bénézech, Côme Thieulin
1959. La nouvelle vague impazza a Parigi e i primi film girati dai suoi esponenti François Truffaut e Claude Chabrol raccolgono un plauso unanime. Manca solo a Jean-Luc Godard di passare dietro la macchina da presa, ma si convince a farlo e trova l'aiuto del produttore Beauregarde. Ne nascerà Fino all'ultimo respiro, film-simbolo della nouvelle vague, destinato a cambiare per sempre la storia del cinema.
Questa è la storia di Godard nel momento in cui gira “Fino all’ultimo respiro”, raccontata nello stile e nello spirito con cui Godard ha realizzato “Fino all’ultimo respiro”.
Non si tratta di rifare “Fino all’ultimo respiro”, ma di guardarlo da un’altra prospettiva.
Voglio tuffarmi nel 1959 con la mia macchina da presa e rivivere quell’epoca, quelle persone,
quell’atmosfera.
Voglio frequentare la gente della Nouvelle Vague.
Ho detto a tutti gli attori: “Non state girando un film in costume.
State vivendo quel momento preciso.
Godard è un critico famoso, ma è alla sua prima regia.
Vi state divertendo a girare con lui, ma vi chiedete anche
se questo film arriverà mai sugli schermi ...”.
Richard Linklater
Quinlan.it - Nouvelle Vague è anche una reprimenda sul presente, o per meglio dire una rivendicazione politica, poetica, espressiva. Per quanto in forma occasionale abbia flirtato con l’industria hollywoodiana (prestandosi a prodotti alimentari che servivano a irrobustire la posizione finanziaria della sua Detour Filmproduction: si pensi a School of Rock e Bad News Bears) Linklater resta un cineasta orgogliosamente laterale, che nell’autarchia totale ha trovato la propria modalità di realizzazione, tanto che nell’esordio It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books si adopera da vero one man made, al punto addirittura da recitare lui stesso. Per lui raccontare la genesi di Fino all’ultimo respiro non ha un valore storico, né per l’appunto museale, ma serve a porre in rilievo l’urgenza di tornare a un cinema pensato in maniera così libera, diretta, priva di mediazioni. La lezione di Godard e di tutta la cricca della “nouvelle vague” (in cui lui arriva buon ultimo o quasi, visto che come ha modo di lamentarsi “Rohmer ha già fatto il suo film, Truffaut anche, Chabrol ne ha fatti addirittura due!”) è l’elemento vitale che guida Linklater, che com’era prevedibile non rinuncia ai suoi oramai celebri dialoghi, e all’immediatezza della sua messa in scena. Non si deve “replicare”, ma comprendere per agire in modo rivoluzionario. Non si deve “accettare”, bensì distruggere l’ovvio.
Mymovies.it - La ricostruzione dell'atmosfera di quegli anni è meticolosa e irripetibile, rispettosa della materia trattata ma umile nell'approccio, senza voler inseguire discorsi concettuali o sperimentalismi, come sarebbe potuto avvenire nelle mani di uno dei molti emuli di Godard, che del maestro hanno ereditato solo l'egocentrismo. Linklater passa in rassegna i volti noti e meno noti di quel mondo - Claude Chabrol, François Truffaut, Jacques Rivette, Robert Bresson, Agnès Varda, fino a Rossellini, Bresson e Melville - affidandone il ruolo ad attori poco conosciuti e talentuosi, che insistono sulla mimesi interpretativa senza mai eccedere.
Sentieri selvaggi - Girato in bianco e nero e in francese (tranne in alcuni momenti in cui Jean Seberg parla in inglese), Nouvelle Vague contagia per il suo entusiasmo, la semplicità della narrazione ma riesce anche ad andare a fondo nel pensiero-cinema sia di Godard sia di tutto il movimento. (...) Nel racconto di quei 20 giorni di lavorazione di Fino all’ultimo respiro, c’è anche tutto il cinema fuori quel film; Parigi è un set a cielo aperto che non si ferma mai tra Jean-Pierre Melville che sceglie le pistole e consiglia conosce i ladri di automobili fino a Robert Bresson che gira Pickpocket nella metropolitana. E in alcuni casi è impressionante la somiglianza con i veri personaggi, come Kassagi di quel film e Godard ma soprattutto Jean Seberg in questo. Ogni volta che l’attrice è sullo schermo, sembra quasi una proiezione onirica. La sua immagine potrebbe arrivare davvero da un documentario di cui si è ignorata per decenni l’esistenza e che ha visto la luce solo ora.