di Chloé Zhao, Usa, 2025, 125′
con Jessie Buckley, Paul Mescal, Emily Watson, Joe Alwyn, David Wilmot
Chloé Zhao parte da un best seller dell'autrice irlandese Maggie O'Farrell che assume il punto di vista della moglie del Bardo, Anne Hathaway, per raccontare uno degli episodi più tragici della loro vita, ovvero la morte del figlio Hamnet, a soli 11 anni. Quell'episodio da un lato è stato un trauma profondissimo per la coppia, ma è stato anche la fonte di ispirazione del capolavoro di Shakespeare, in inglese Hamlet, che porta quasi il nome del suo bambino perduto (anzi, proprio lo stesso nome, come avvisa una citazione nel film diretto da Zhao e sceneggiato insieme alla O'Farrell), e che è imperniato sul tema del lutto e della perdita di identità che ne può derivare. "Hamlet" è stato scritto infatti proprio nel periodo seguito alla morte del bambino, ed è stato portato in scena al Globe Theatre di Londra quattro anni dopo, cementando la reputazione di Shakespeare come drammaturgo.
Sentieri Selvaggi -nel cinema della Zhao l’umanità non è affatto posta sullo sfondo, e la scelta degli interpreti non è mai cosa da poco; basti pensare ai due titoli precedentemente citati, entrambi all star, o quasi. Eppure, se l’esplorazione degli stati d’animo risulta sempre funzionale, realistica e talvolta perfino commovente, lo si deve proprio all’incessante contrasto tra l’immensità degli spazi, interni o esterni che siano, e la limitatezza degli uomini, che nulla possono di fronte alle scelte e alle mutazioni della natura, oppure del destino, che vi si lega misteriosamente, un po’ per stregoneria e un po’ per questioni di fede.
Così come la O’Farrell immaginava la relazione tra il Bardo (Paul Mescal) e la moglie Agnes (Jessie Buckley) a partire dalle scintille d’amore fino alle ultimissime lacrime — causate dalla morte prematura di Hamnet, il figlio undicenne dei due, e ancora dall’abbandono della casa e dei sentimenti familiari del Bardo — la Zhao, interessata tanto alle radici del teatro quanto alle complessità matrimoniali del tempo che sono poi le medesime di oggi seppur non ancora normate da alcuna legge di sorta, sfrutta le pagine di O’Farrell dando vita a un’idea di cinema ibrido: un po’ teatro filmato e un po’ dramma coniugale.
Quinlan.it - L’andamento narrativo di Hamnet è probabilmente la sua caratteristica più peculiare, una serie di accadimenti nel corso del tempo prima strettamente “privati”, poi improvvisamente aperti da uno squarcio alla Storia e al mondo. La ricostruzione d’epoca che Zhao sovrintende appare di per se stessa come una quinta teatrale en plein air, con interni e costumi apparentemente esatti ma puliti, aperti alla cura del dettaglio fin dalle suppellettili che vediamo adornare gli scaffali delle mensole nelle cucine. Perché per più di tre quarti dell’opera i rovelli intellettuali di Will rimangono sullo sfondo rispetto alla dura quotidianità di quel mondo e quell’epoca, dall’epidemia di peste che, contraddistinta dai medici intabarrati di nero e col volto celato dall’ormai iconica maschera a becco d’uccello, arriva presto anche nelle campagne.
Cineforum.it - In un dittico nettamente reciso da ellissi intermedie, con una parte bilanciata sulla coppia e l’altra sulla morte del figlioletto Hamnet che ispirerà l’Amleto, Zhao, avvezza fin da Nomadland ad adagiare su rodati binari i nuovi trend sociali, impone ai suoi due protagonisti le schermaglie e le nevrosi delle relazioni odierne, dove si insinuano languida tenerezza e sensualità tattile, ma anche un’astrattezza calligrafica che disperde la stratificazione del leggibile e il dialogo reciproco con la classicità.