Saint
 
Omer
 

Saint Omer, Alice Diop

Saint Omer

di Alice Diop, Francia, 122
con Kayije Kagame, Guslagie Malanga, Valérie Dréville, Aurelia Petit, Xavier Maly.

Saint Omer, Alice Diop

Trama

Rama insegna letteratura francese all'università e scrive il suo prossimo libro sul mito antico di Medea. A ispirare le sue pagine è Laurence Coly, madre infanticida che ha 'affidato' la sua bambina al mare. Processata per il suo crimine, Laurence si rivela impenetrabile e contraddittoria. Immigrata senegalese, educata dai genitori a essere sempre garbata e composta, la sua deposizione è esemplare fino alla mostruosità. E in lei accusa e testimoni vedono soltanto un mostro da rinchiudere per sempre. Non la pensa evidentemente così la difesa, che pronuncia la sua arringa defensionale dotta, non la pensa così Rama, che assiste a un processo in risonanza costante con la sua vita e la sua gravidanza.

Regia

Alice Diop

Cast

Kayije Kagame, Guslagie Malanga, Valérie Dréville, Aurelia Petit, Xavier Maly.

Durata

122′

Paese di produzione

Francia

Premi

Festival di Venezia 2022: Gran Premio della Giuria - Leone del futuro, Premio Luigi De Laurentis

Calendario
 

giovedì 12 gennaio 2023
h: 17:30
6,00 € / Intero
4,00 € / Ridotto under 26 e over 65
sabato 14 gennaio 2023
h: 19:00
6,00 € / Intero
4,00 € / Ridotto under 26 e over 65
domenica 15 gennaio 2023
h: 20:30
6,00 € / Intero
4,00 € / Ridotto under 26 e over 65
martedì 17 gennaio 2023
h: 21:30
6,00 € / Intero
4,00 € / Ridotto under 26 e over 65
mercoledì 18 gennaio 2023
h: 21:00
versione originale francese con sottotitoli - introduzione e commento di Maddalena Colombo
6,00 € / Intero
4,00 € / Ridotto under 26 e over 65

Recensioni
 

Cineforum.it - Alice Diop è stata fino a oggi una documentarista. Da francese e da figlia di genitori senegalesi, ha raccontato la banlieue parigina e la condizione di straniera nel proprio mondo; la consapevolezza comune a migliaia di altre persone dell’evidenza del colore della loro pelle, dell’incertezza della propria identità e della paradossale invisibilità della propria esistenza. (...) Del cinema di finzione Saint-Omer possiede la forza impareggiabile della messinscena, la natura universale delle sue immagini calibrate, profondissime. Del cinema documentario gli manca però l’apertura all'imprevisto, alla possibilità dell’incontro con il dubbio, con l’incertezza,  patendo forse la nettezza di una lettura che il montaggio impone in modo semplice ma inappellabile. 

 

Cineuropa - Svelando "la storia di una donna fantasma che nessuno conosce" e quella di una "lenta scomparsa a cui una madre trascina il figlio", Saint-Omer lavora con finezza sulla distanza, sui pregiudizi e sulle percezioni di un crimine che va oltre ogni possibile comprensione, distillando qua e là indizi sull'esatto contenuto del suo messaggio (il razzismo è trattato in modo molto discreto). Un'opacità che dà forza a un film allo stesso tempo avvincente e criptico, in perfetta sintonia con la sua tormentata protagonista.

 

Mymovies - Al cuore di Saint Omer c'è la maternità, al centro del tribunale un'imputata (Guslagie Malanda) che ci confronta con l'ambiguità della maternità. Un personaggio che non suscita forzatamente compassione ma rimbalza ogni semplificazione. Potente, mostruosa e se vogliamo patologicamente folle, Laurence Coly non è mai univoca. Per questa ragione la messa in scena di Alice Diop ci invita ad attendere, a guardare, ad ascoltare seduti in tribunale accanto a Rama (Kayije Kagame). E potete scommetterci che qualcosa accadrà, al limitare.

 

Quinlan.it - Saint Omer si avvia come un serissimo courtroom drama che attinge direttamente alla vera cronaca per astrarre a poco a poco il proprio discorso verso riflessioni assolute. Sulle prime Alice Diop sembra in cerca di un rigorosissimo realismo, tanto da concedere alle sessioni in tribunale lunghissimi tempi narrativi fondati sull’idea di riprodurre un qui-ed-ora sia pure fortemente drammatizzato. A poco a poco, l’inconsueta dilatazione dei tempi narrativi apre scenari di intensa astrazione, e di fatto Rama sembra finire per condurre una sorta di processo a se stessa. Dalla cronaca si risale verso la psico-antropologia individuale e sociale, giungendo poi alla dimensione del Mito. L’evocazione di Medea di Pasolini sembra una naturale conseguenza, giunge inaspettata ma subito perfettamente ricompresa in un progetto filmico totalmente consapevole di sé.

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